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sabato 24 gennaio 2026

GIOVANI E VIOLENZA - YOUTH AND VIOLENCE

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  Alle radici 

della

 violenza 

dei giovani



Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli.

Una società priva di valori produce violenza.


-         di Giuseppe Savagnone  

Inadeguate misure repressive

Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei limiti.

Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti. 

In realtà, però, il problema non riguarda solo gli stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione».

Si parla anche di nuove norme che puniscano non solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.

La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi, o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.

Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono, più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire da cui essi scaturiscono.

I mezzi e i fini

Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.

Il problema della nostra società è che l’utile viene presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.

Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la ricerca in questa prospettiva più ampia.

Solo così, peraltro, si può educare al bene comune – tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno a scapito di qualcun altro  e risultano perciò inevitabilmente divisivi, mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere nessuno.

Al di là del bene e del male

E proprio la ricerca del bene comune della società definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il frutto di valutazioni puramente soggettive.

Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che  ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forti domini il più debole e abbia più di lui (…)  Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi».

È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan «Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il più debole».

Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessant, il quale –  per giustificare l’arbitraria pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca  -ha spiegato: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».

Di questo modello, che non è solo politico, ma culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore, differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può minare la sintonia sostanziale che li unisce.

Oltre la logica della violenza

C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso non servono decreti-legge e forze di polizia. È necessario un paziente sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da questo punto di vista, profondamente in crisi –  devono tornare coraggiosamente a farsi carico.

Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano, alleato di ferro di Netanyahu.

Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra, di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace, trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la denunciano e la condannano.

E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se non vogliamo continuare a  lasciare il campo a misure meramente repressive palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.

 www.tuttavia.eu

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domenica 6 novembre 2022

SEMEURS DE FRATERNITE'


François aux jeunes :

 «Soyez des semeurs de fraternité»

Le Pape a rencontré dans l'après-midi du samedi 5 novembre des jeunes de Bahreïn à l'école catholique du Sacré Coeur de Manama, la capitale. Après avoir écouté plusieurs témoignages d'entre eux, le Souverain pontife leur a adressé trois invitations pour mieux affronter les défis à venir.

 

 -par Olivier Bonnel - Cité du Vatican

 

Deuxième temps fort de la journée du Pape François ce samedi 5 novembre à Bahreïn, sa rencontre avec des jeunes qui s'est tenue à l'école du Sacré Cœur à Manama, administrée par les Sœurs du Carmel Apostolique. Après avoir été accueilli par la directrice et assisté à des danses traditionnelles, le Souverain pontife a écouté le témoignage de trois jeunes avant de leur livrer sa réflexion. Une réflexion qui a consisté en trois invitations pour mieux affronter les défis de l'avenir.

Première invitation du Pape aux jeunes : « embrasser la culture du soin ». Prendre soin signifie développer une attitude intérieure d’empathie, un regard attentif qui nous fait sortir de nous-mêmes, une présence aimable qui vainc l’indifférence et nous pousse à nous intéresser aux autres a confié l’évêque de Rome, demandant à se mettre ainsi à l’école de Jésus. Jésus, at-il rappelé «qui est entré dans l’histoire pour nous dire que le Très-Haut prend soin de nous».

Les mots ne suffisent pas

Deuxième invitation lancée par le Saint-Père à ces jeunes : semer la fraternité. « Soyez des champions de fraternité !» a-t-il exhorté, «c’est le défi d’aujourd’hui pour gagner demain, le défi de nos sociétés, toujours plus globalisées et multiculturelles». Les jeunes, a encore expliqué le Pape, face aux tentations de se montrer indifférent voire de cautionner les guerres et les conflits, sont au contraire appelés à «réagir par un nouveau rêve de fraternité et d’amitié sociale qui ne se cantonne pas aux mots» a t-il précisé en citant son encyclique Fratelli tutti. Les mots ne suffisent pas a encore martelé François, «il faut des gestes concrets réalisés au quotidien ».

Dans de nombreuses régions les tensions et menaces augmentent a encore constaté le Saint-Père, « mais cela arrive souvent parce qu’on ne travaille pas sur le cœur, parce qu’on laisse les distances se creuser avec les autres». «Soyez des semeurs de fraternité et vous serez des récolteurs d’avenir» a ainsi lancé François aux jeunes, «car le monde n’aura d’avenir que dans la fraternité !»

Avancer sans peur

Dernière invitation enfin : le défi de faire des choix dans la vie. «Face à un défi, comme devant un carrefour, il faut choisir, s’impliquer, risquer, décider. Mais cela nécessite une bonne stratégie : on ne peut pas improviser, en vivant seulement de l’instinct ou seulement dans l’instant présent !» a expliqué le Pape.

 Face aux grands questionnements, le Pape a invité les jeunes à «avancer sans peur, et jamais seuls !» Dieu ne laisse pas seuls les jeunes, il les accompagne et les guide, à condition de lui demander. « Le Seigneur désire éclairer votre intelligence, vos pensées les plus intimes, les aspirations que vous portez dans votre cœur, les jugements qui mûrissent en vous» a encore expliqué le Souverain pontife, qui a expliqué que la prière silencieuse, le dialogue intime avec lui, aidait à distinguer la voix de Dieu.

« L’Église a beaucoup besoin de vous »

L'aventure des choix ne se fait jamais seul a enfin expliqué le Souverain pontife, qui a conseillé aux jeunes de pouvoir compter sur des « personnes sages et fiables ». Comme Pape, je veux vous dire : « l’Église est avec vous et a beaucoup besoin de vous, de chacun de vous, pour rajeunir, explorer de nouveaux sentiers, expérimenter de nouveaux langages, devenir plus joyeuse et hospitalière » a-t-il conclu.

Cette rencontre s'est achevée par la lecture de messages de paix lus en différentes langues par des jeunes de l'école du Sacré Cœur, des messages écrits sur des colombes qui ont ensuite été accrochées sur un arbre.

 Vatican News

 François aux jeunes

[AR - DE - EN - ES - FR - IT - PT]

 

 

 

martedì 28 settembre 2021

MESSAGE AUX JEUNES - MESSAGE TO YOUNG PEOPLE - MENSAJE A LOS JÓVENES -MESSAGGIO AI GIOVANI


    MESSAGE DU PAPE FRANÇOIS

POUR LA XXXVIe JOURNÉE MONDIALE DE LA JEUNESSE

AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL  - PT

21 novembre 2021

 

« Lève-toi : car je t’établis témoin des choses que tu as vues ! » (cf. Ac 26,16)

 Chers jeunes !

Je voudrais vous prendre une fois encore par la main afin de poursuivre ensemble le pèlerinage spirituel qui nous conduit vers la Journée Mondiale de la Jeunesse de Lisbonne en 2023.

L’année dernière, peu avant la propagation de la pandémie, j’avais signé le message dont le thème était “Jeune, je te le dis, lève-toi” (cf Lc 7, 14). Dans sa providence, le Seigneur voulait déjà nous préparer pour le défi très dur que nous étions sur le point de vivre.

Dans le monde entier, il a fallu affronter la souffrance de la perte de tant de personnes chères et de l’isolement social. La crise sanitaire a empêché, vous aussi les jeunes – projetés par nature vers l’extérieur –, de sortir pour aller à l’école, à l’université, au travail, de vous rencontrer…  Vous vous êtes retrouvés dans des situations difficiles que vous n’aviez pas l’habitude de gérer. Ceux qui étaient moins préparés et sans soutien se sont sentis désorientés. Dans de nombreux cas des problèmes familiaux sont apparus, ainsi que le chômage, la dépression, la solitude et les dépendances. Sans parler du stress accumulé, des tensions et des explosions de colère, de l’augmentation de la violence.

Mais Dieu merci, ceci n’est pas l’unique face de la médaille. Si l’épreuve nous a montré nos fragilités, elle a aussi fait ressortir nos vertus parmi lesquelles la prédisposition à la solidarité. Partout dans le monde nous avons vu de nombreuses personnes, y compris de nombreux jeunes, lutter pour la vie, semer l’espérance, défendre la liberté et la justice, être artisans de paix et bâtisseurs de ponts.

Quand un jeune tombe, c’est, en un certain sens, l’humanité qui tombe. Mais il est aussi vrai que quand un jeune se relève, c’est comme si le monde entier se relevait. Chers jeunes, quel grand potentiel se trouve entre vos mains ! Quelle force vous portez dans vos cœurs !  ..........

AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL  - PT



mercoledì 19 maggio 2021

L'AFRICA E LE SUE RISORSE - AFRICA: THE UNKNOWN


- L’Africa: continente giovane, ricco di risorse e opportunità

“Africa: the Unknown. Resources and Gains”. E’ il volume, frutto del lavoro di Ricerca di Scuola Sinderesi, del Centro Alberto Hurtado, presentato oggi alla Pontificia Università Gregoriana. Il testo, partendo dal principio dell’Ubuntu e nella logica inclusiva dell’Enciclica Fratelli Tutti, evidenzia le conquiste e le risorse, presenti nel continente africano, nei settori della politica, dell’economia, della cultura e nell’ambito religioso ed ecclesiale

                 - Marina Tomarro 

Parlare dell’Africa, da un punto di vista inedito, come un continente con risorse e guadagni. Vuole raccontare questo il volume: “Africa: the Unknown. Resources and Gains”. Il testo, che raccoglie una serie di contributi di esperti del settore, senza ignorare i problemi e limiti dell’Africa, vuole partire da una visione differente, cioè quella dell’Ubuntu, la tradizionale ideologia dell'Africa sub-Sahariana, che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone, per contrastare l'individualismo egoistico che avvelena il mondo e sostenere la riconciliazione e la comprensione reciproca tra parti in conflitto, spinte a guardare oltre i propri interessi particolari verso il bene comune e per trovare una soluzione all'attuale crisi economica e ambientale.

L'Africa presentata con uno sguardo diverso

“Parliamo di un Africa sconosciuta, perché noi l’abbiamo voluta presentare come un continente di risorse e di successi – spiega monsignor Samuele Sangalli, coordinatore di Scuola Sinderesi – anziché vederla sempre soltanto attraverso le sue problematiche. Il nostro sguardo invece è stato completamente diverso, per dire che dall’Africa è un continente giovane, in quanto c’è un tasso di natalità alto e l’età media è molto giovane e ha delle risorse sue proprie”.

Nel volume è affrontata la teoria dell’Ubuntu. Di cosa si tratta in specifico?

R - La teoria morale dell’Ubuntu si fonda sulla filosofia africana, che privilegia l’interdipendenza come qualità intrinseca e non secondaria alla nostra identità individuale. Dentro questa visione cosmologica, che è molto vicina a quella proposta da Papa Francesco nell’ enciclica Fratelli tutti, il risvolto morale dell’Ubuntu, che letteralmente significa ”io sono per virtù dell’umanità degli altri”,  ci dice che fondamentalmente, se noi guardiamo alla radice della cultura profonda africana, c’è questo senso di collaborazione e corresponsabilità nell’affrontare qualsiasi sfida della vita, anche se la globalizzazione e l’impatto con la nostra cultura occidentale mette a dura prova questa corrente di pensiero africano.

Ma in che modo va ad influenzare positivamente lo sviluppo del continente africano?

R - Nella nostra indagine, che ha toccato diverse zone del continente, abbiamo voluto guardare la realtà da diversi punti di vista: storico, culturale, economico, politico, ambientale e della salute, focalizzando poi per ogni ambito un Paese diverso, e come questo principio dell’Ubuntu abbia portato a delle metodologie nuove. Ad esempio, l’interdipendenza sociale, che è diventata un lievito giuridico nella Costituzione inclusiva del Sudafrica, continua a resistere anche dopo il grande periodo storico di Nelson Mandela. Abbiamo anche visto come questo principio della corresponsabilità generi un rapporto interreligioso nell’Africa del Nord, come ad esempio in Senegal, una relazione di coesistenza tra le diverse etnie e religioni che va nell’ottica dell’Ubuntu. Abbiamo studiato le crisi del Camerun e del Congo attualmente in atto, l’inculturazione dei processi di queste situazioni complesse, che riusciamo a capire solo se collegate a questo principio della corresponsabilità propria della identità africana (l'Ubuntu). E di fatto le Conferenze Episcopali di questi Paesi, in questo momento, stanno diventando anche molto coraggiose nell’indicare questa strada, per trovare soluzioni di pace, di prosperità e di convivenza tra popoli, nonostante le diversità culturali, sociali e religiose.”

 

Vatican News