mercoledì 17 aprile 2019

LE JEUDI SAINT, UNE OCCASION POUR DIRE MERCI A' NOS PRETES



« Ayant aimé les siens, […] il les aima jusqu’au bout » (Jn 13).

À la Sainte-Cène le Seigneur Jésus a institué l’eucharistie et le sacerdoce du prêtre comme un don de son amour qui l’a conduit à la mort en croix et qui a sauvé le monde. Le ministère des prêtres dont l’eucharistie est le coeur veut permettre aux baptisés et à toute l’humanité de communier à la vie de Dieu qui est vie d’amour, vie d’éternel jaillissement d’amour.
Le ministère dans ce lien à l’amour du Christ n’est pas toujours perçu ainsi dans nos communautés ; il est même contesté par les contemporains qui s’appuient notamment sur les cas douloureux d’abus sur enfants commis par des prêtres.
En ce jeudi saint, j’invite les chrétiens à prier particulièrement pour les prêtres, à implorer pour ceux qui ont été cause de scandales, mais aussi à rendre grâce pour tous ceux qui vivent généreusement leur donation au Christ et à son Église.
Comment ne pas remercier le Seigneur pour le prêtre qui nous a baptisés, pour l’aumônier d’école ou de mouvement qui a accompagné notre chemin d’adolescent, pour le prêtre qui a ouvert notre coeur à un engagement ou à une vocation ? Comment ne pas remercier le Seigneur pour les séminaristes qui répondent à son appel et se préparent à devenir prêtres pour le diocèse et pour le monde ?
En ce jour, je vous invite également à leur manifester votre proximité par un mot de remerciement et d’encouragement.
Plus largement, à la suite de la Lettre du pape François au peuple de Dieu en août dernier, je voudrais insister auprès de vous afin que vous portiez davantage le souci de l’équilibre humain et spirituel des prêtres.
Encouragez-les à se ressourcer spirituellement et intellectuellement ! Ayez le souci de partager avec eux des temps en famille. Veillez avec eux à la qualité des collaborations dans la vie de nos communautés, mouvements et services.
Unis dans la charité du Christ,

 + Mgr Vincent Dollmann
Archevêque de Cambrai, Assistent Ecclésiastique de l’UMEC-WUCT

lunedì 15 aprile 2019

BURUNDI - AIDE AUX ENFANTS DEMUNIS

Quelques membres des équipes enseignantes étaient allés rendre visite aux enfants demunis qui vivent dans un hangar de la commune .
Ils proviennent dans différentes provinces du pays.  Ces enfants ont reçu quelques savons.
Ils verront comment les intégrer l'année prochaine dans les écoles le problème reste là.
Où loger?quoi à manger? Le Segneur y parviendra


Dans ce hangar il y a des veuves avec leur  enfants


venerdì 12 aprile 2019

LA TRATA DE PERSONAS: LA MERCANTILIZACION DEL OTRO - LA TRATTA: MERCANTILIZZARE L'ALTRO ! -

Papa Francisco:  " ...... Se trata esencialmente de esa tendencia a la mercantilización del otro, que he denunciado repetidamente[1]. (1) La trata de seres humanos es una de las manifestaciones más dramáticas de esta mercantilización. En sus múltiples formas, constituye una llaga «en el cuerpo de la humanidad contemporánea»[2], una llaga profunda en la humanidad de quienes la padecen y de quienes la llevan a cabo. La trata, en efecto, desfigura la humanidad de la víctima, ofendiendo su libertad y su dignidad. Pero, al mismo tiempo, deshumaniza a quienes la llevan a cabo, negándoles el acceso a la “vida en abundancia”. La trata, en fin, daña gravemente a la humanidad en su conjunto, destrozando a la familia humana y también el Cuerpo de Cristo.

La trata, como decíamos, constituye una violación injustificable de la libertad y la dignidad de las víctimas, dimensiones constitutivas del ser humano deseado y creado por Dios, por lo que debe considerarse un crimen de lesa humanidad[3]. Y esto sin dudar. La misma gravedad, por analogía, debe atribuirse a todos los vilipendios de la libertad y la dignidad de todo ser humano, ya sea un compatriota o un extranjero.

Los que se manchan de este crimen causan daños no solo a los demás, sino también a ellos mismos. Efectivamente, cada uno de nosotros está creado para amar y cuidar a los demás, y esto llega al culmen en el don de sí: «Nadie tiene mayor amor que el que da su vida por sus amigos» (Jn 15, 13). En la relación que establecemos con los demás, nos jugamos nuestra humanidad, acercándonos o alejándonos del modelo de ser humano deseado por Dios Padre y revelado en el Hijo encarnado. Por lo tanto, toda elección contraria a la realización del proyecto de Dios sobre nosotros es una traición a nuestra humanidad y una renuncia a la “vida en abundancia” ofrecida por Jesucristo. Es bajar los peldaños de la escalera, volverse animales.

Todas las acciones que se proponen restaurar y promover nuestra humanidad y la de los demás están en línea con la misión de la Iglesia, como una continuación de la misión salvadora de Jesucristo. Y esta dimensión misionera es evidente en la lucha contra todas las formas de trata y en el compromiso encaminado a la redención de los sobrevivientes; una lucha y un compromiso que también tienen efectos beneficiosos en nuestra propia humanidad, abriendo el camino a la plenitud de la vida, el fin último de nuestra existencia...... "

 
"....  Si tratta essenzialmente di quella tendenza alla mercificazione dell’altro, che ho più volte [1] Tra le manifestazioni più drammatiche di questa mercificazione va annoverata la tratta di persone. Essa, nelle sue molteplici forme, costituisce una ferita «nel corpo dell’umanità contemporanea»,[2] una piaga profonda nell’umanità di chi la subisce e di chi la attua. La tratta, infatti, deturpa l’umanità della vittima, offendendo la sua libertà e dignità. Ma, al tempo stesso, essa disumanizza chi la compie, negandogli l’accesso alla “vita in abbondanza”. La tratta, infine, danneggia gravemente l’umanità nel suo insieme, lacerando la famiglia umana e anche il Corpo di Cristo.
denunciato.
La tratta – dicevamo – costituisce una ingiustificabile violazione della libertà e della dignità delle vittime, dimensioni costitutive dell’essere umano voluto e creato da Dio. Per questo essa è da ritenersi un crimine contro l’umanità.[3] E questo senza dubitare. La medesima gravità, per analogia, dev’essere imputata a tutti i vilipendi della libertà e dignità di ogni essere umano, sia questi un connazionale o uno straniero.
Chi si macchia di questo crimine reca danno non solo agli altri, ma anche a sé stesso. Infatti, ognuno di noi è creato per amare e prendersi cura dell’altro, e questo raggiunge il suo culmine nel dono di sé: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Nella relazione che instauriamo con gli altri ci giochiamo la nostra umanità, avvicinandoci o allontanandoci dal modello di essere umano voluto da Dio Padre e rivelato nel Figlio incarnato. Pertanto, ogni scelta contraria alla realizzazione del progetto di Dio su di noi è tradimento della nostra umanità e rinuncia alla “vita in abbondanza” offerta da Gesù Cristo. È prendere la scala in discesa, andare in giù, diventare animali.
Tutte le azioni che si prefiggono di restaurare e promuovere la nostra umanità e quella degli altri sono in linea con la missione della Chiesa, quale continuazione della missione salvifica di Cristo. E tale valenza missionaria è evidente nella lotta contro ogni forma di tratta e nell’impegno proteso verso il riscatto dei sopravvissuti; una lotta e un impegno che hanno effetti benefici anche sulla nostra stessa umanità, aprendoci la strada verso la pienezza della vita, fine ultimo della nostra esistenza......"

martedì 9 aprile 2019

SANTA SEDE-ISRAELE : 25 ANNI DI RELAZIONI DIPLOMATICHE - Holy See- Israel: 25 years of diplomatic relations.


Il 2 aprile 2005 moriva Papa Giovanni Paolo II una pietra miliare delle nostre relazioni.
Nel suo pontificato sono state instaurate le relazioni diplomatiche tra #Israele e #SantaSede nel 1994.


 

English: Holy See- Israel: 25 years of diplomatic  r

Così l’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede ha ricordato, con un tweet, la morte di san Giovanni Paolo II, che nel 2000 si recò in pellegrinaggio giubilare in Terra Santa. Nel 2019 queste relazioni diplomatiche celebrano il loro 25° anniversario.
Per l’occasione il Sir ha intervistato l’Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Oren David.
Il 2019 segna 25 anni dallo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Israele e Santa Sede.  Dopo 25 anni qual è lo stato di salute dei rapporti tra Santa Sede e Israele?
Dopo 25 anni dall’instaurazione delle relazioni tra lo Stato di Israele e la Santa Sede possiamo dire che oggi le nostre relazioni sono buone e basate sul dialogo e sulla fiducia reciproca,  esse sono inoltre uniche perché questioni politiche si intrecciano con questioni di carattere religioso. I 25 anni segnano un giubileo d’argento e quest’anniversario deve essere uno stimolo per andare avanti e rafforzare ulteriormente la nostra cooperazione ad esempio in ambito accademico e culturale, nella promozione dei pellegrinaggi nei Luoghi Santi di Israele, nella lotta contro l’antisemitismo e contro il negazionismo, fenomeni che purtroppo stanno acquistando sempre più forza.
Le relazioni tra Stato di Israele e Vaticano sono basate su un legame “profondo e unico”. Ad essere condivisi “gli stessi valori, virtù e ideali”. Quale contributo ha dato il documento conciliare Nostra Aetate (1965) allo stabilimento di queste relazioni?
La Dichiarazione Nostra Aetate è un documento teologico unico che ha portato ad un cambiamento fondamentale nell’atteggiamento della Chiesa Cattolica verso l’ebraismo, e nelle relazioni tra cristiani ed ebrei e ha reso possibile la firma, il 3° dicembre 1993, dell’Accordo Fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele: l’unico stato ebraico. Nel gennaio 1994, circa 46 anni dopo la creazione dello Stato di Israele, furono aperte in Israele l’Ambasciata Vaticana e a Roma l’Ambasciata Israeliana. Nostra Aetate è un documento epocale, ancora non sufficientemente conosciuto da tutti che bisogna continuare a diffondere.
Le visite dei Pontefici Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco in che modo possono essere considerate parti vive e fondanti dei rapporti tra Israele e Santa Sede? Quale ricordo hanno lasciato questi Papi in Israele? Hanno aiutato a favorire una maggiore amicizia tra ebrei e cristiani in Israele?
Quando un Papa si reca in Israele gli occhi di tutto il mondo seguono questo viaggio. Ogni viaggio è diverso perché i periodi storici sono diversi e perché le personalità dei Pontefici sono diverse. Questi viaggi possono essere considerati come una diplomazia dei gesti, una diplomazia che va oltre le parole ed è quindi altamente simbolica.
Giovanni Paolo II è stato in Israele nel 2000 in una visita ufficiale. E’ stato un Pontefice che ha vissuto e conosciuto la tragedia della Shoah e le relazioni diplomatiche tra i nostri due Stati sono iniziate con lui, quindi il suo pellegrinaggio è stato altamente simbolico e ha rafforzato il riavvicinamento tra ebrei e cristiani. Nella sua visita del 2009, Benedetto XVI ha ripreso alcuni degli elementi della visita del suo predecessore e ha segnato un ulteriore rafforzamento delle nostre relazioni, ha rappresentato un altro passo sulla via del dialogo. Papa Francesco ha visitato Israele nel maggio del 2014 ed è stato accolto con grande entusiasmo da tutta la popolazione israeliana senza distinzione di fede. La sua è stata una visita più breve di quella dei suoi predecessori ma è stata la sua prima visita ufficiale fuori Italia scelta da lui e la decisione di deporre una corona sulla tomba del fondatore del Sionismo, Theodor Herzl è stato un gesto di grande valore sia simbolico che politico, un ulteriore riconoscimento del legame tra il Popolo ebraico a la Terra di Israele.
Dopo 25 anni, tuttavia, restano ancora aperte alcune questioni, su tutte quella delle trattative in materia economica e fiscale. Mi riferisco, in particolare, alle rivendicazioni della proprietà di alcuni luoghi considerati sacri (Cenacolo) e alla tassazione di attività sociali e d’accoglienza. La Commissione bilaterale permanente di Lavoro tra la Santa Sede e lo Stato di Israele si è riunita più volte in questi anni per continuare i negoziati in base all’Articolo 10 §2 del “Fundamental Agreement” tra la Santa Sede e lo Stato di Israele del 1993. A che punto sono i lavori? Il 2019 può essere l’anno della firma?
L’Accordo Economico e Finanziario tratta questioni relative alle proprietà della Chiesa in Israele e alla tassazione. Quando sarà firmato rappresenterà un’altra pietra miliare nelle nostre relazioni. Non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di questioni molto complesse anche perché alcuni siti sono sensibili in quanto sacri a più di una religione. Abbiamo risolto e superato ostacoli importanti, ma è ancora necessario fare del lavoro prima di firmare il documento. Il principio che ci guida è quello di garantire la libertà di culto a tutte le religioni, che è un principio fondamentale della nostra democrazia.
Nell’aprile del 2013 l’allora presidente israeliano Shimon Peres in un’intervista all’Osservatore Romano, dopo un colloquio con Papa Francesco, ribadì la sua apertura per la soluzione dei “due Stati per due popoli” raggiungibile “attraverso il dialogo e i negoziati, in spirito di tolleranza e coesistenza”. Ritiene ancora possibile questa soluzione tanto a cuore alla Santa Sede?
Prima di tutto Hamas deve cessare di bombardare Israele con i suoi missili. Recentemente un missile ha colpito una casa nel nord di Tel Aviv distruggendola e ferendo 7 persone tra cui un bimbo di tre anni e uno di soli pochi mesi. Israele vuole la pace, ma le organizzazioni terroristiche non la vogliono. La soluzione a questa crisi rimane quella di due Stati che vivono uno accanto all’altro in pace, ma per ottenere questo bisogna sedersi insieme al tavolo della pace e non proseguire nel lancio di missili.
La firma dell’Accordo fondamentale, oltre a stabilire relazioni diplomatiche, prevede anche la collaborazione nella lotta contro l’antisemitismo e ogni tipo di razzismo e di intolleranza religiosa, la promozione di scambi a livello accademico, l’incremento dei pellegrinaggi cristiani in Terrasanta. Quali risultati sono stati raggiunti in questi ambiti?
Collaboriamo molto bene con le Università Pontificie e cattoliche, in Italia e nel mondo, tanto che abbiamo invitato diverse delegazioni di rettori e professori in Israele per stringere accordi con il mondo accademico israeliano. Per quanto riguarda i pellegrinaggi in Israele essi sono in continua crescita, ogni cristiano dovrebbe andare in Israele perché è lì che affondano le radici della sua fede.
Per quanto riguarda la lotta contro l’antisemitismo Papa Francesco a marzo ha incontrato in Vaticano una delegazione dell’American Jewish Committee a cui ha espresso la sua ‘grande preoccupazione’ per i fenomeni di antisemitismo che stanno accadendo in varie parti del mondo e ha detto: ‘Ribadisco che per un cristiano qualsiasi forma di antisemitismo rappresenta una negazione delle proprie origini, una contraddizione assoluta’. Che altro aggiungere a queste parole?
Per il futuro quali sono le questioni di interesse comune che, a suo avviso, chiedono una collaborazione intensificata tra Israele e Santa Sede? La protezione delle minoranze nel Medio Oriente e dunque la libertà religiosa? Il problema del terrorismo e del radicalismo islamico?
Sicuramente Israele e Santa Sede possono fare molto per combattere l’intolleranza religiosa così da togliere dei pretesti al terrorismo fondamentalista che è una minaccia non solo per Israele, ma per tutte le democrazie. La storia che cristiani ed ebrei condividono è vecchia di oltre 2000 anni e le nostre relazioni non sempre sono state facili, ma abbiamo saputo superare le difficoltà instaurando un dialogo molto positivo. In questo senso possiamo essere considerati un esempio. I popoli per fiorire ed esprimere il loro potenziale hanno bisogno della pace ed è per questo che il terrorismo e il radicalismo devono essere combattuti.

giovedì 4 aprile 2019

CHRISTUS VIVIT. EXHORTACIÓN APOSTÓLICA POSTSINODAL - POST-SYNODAL APOSTOLIC EXHORTATION - EXHORTATION APOSTOLIQUE POST-SYNODALE

EXHORTACIÓN APOSTÓLICA POSTSINODAL CHRISTUS VIVIT
DEL SANTO PADRE  FRANCISCO
A LOS JÓVENES Y A TODO EL PUEBLO DE DIOS

POST-SYNODAL APOSTOLIC EXHORTATION CHRISTUS VIVIT
OF THE HOLY FATHER FRANCIS
TO YOUNG PEOPLE AND TO THE ENTIRE PEOPLE OF GOD

EXHORTATION APOSTOLIQUE POST-SYNODALE CHRISTUS VIVIT
DU SAINT-PÈRE  FRANÇOIS
AUX JEUNES ET À TOUT LE PEUPLE DE DIEU

[ AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL  - PT ]  

 
 
1. Christ is alive! He is our hope, and in a wonderful way he brings youth to our world, and everything he touches becomes young, new, full of life. The very first words, then, that I would like to say to every young Christian are these: Christ is alive and he wants you to be alive! .....

1. Vive Cristo, esperanza nuestra, y Él es la más hermosa juventud de este mundo. Todo lo que Él toca se vuelve joven, se hace nuevo, se llena de vida. Entonces, las primeras palabras que quiero dirigir a cada uno de los jóvenes cristianos son: ¡Él vive y te quiere vivo! .....

1. Il vit, le Christ, notre espérance et il est la plus belle jeunesse de ce monde. Tout ce qu’il touche devient jeune, devient nouveau, se remplit de vie. Les premières paroles que je voudrais adresser à chacun des jeunes chrétiens sont donc : Il vit et il te veut vivant ! ....





RWANDA - LA DIFFICILE RECONCILIATION




Après vingt-cinq ans de méfiance, d’hostilité réciproque, et plusieurs conflits par groupes armés interposés, les deux voisins semblent vouloir tourner la page.

Entretien réalisé par Xavier Sartre – Cité du Vatican

Le 27 mars dernier, les présidents congolais et rwandais déclaraient vouloir oublier le passé et travailler ensemble pour mettre fin à la violence le long de leur frontière commune. Félix Tshisekedi et Paul Kagame s’exprimaient lors de l’Africa CEO Forum, à Kigali.
«Nos pays resteront voisins pour toute la vie, et nous, nous ne sommes que des acteurs spontanés, nous passons à un moment donné (...) Donc se faire la guerre, entretenir des tensions inutiles, c'est une perte de temps. C'est une perte de temps que nous aurions pu mettre à profit pour bâtir, pour reconstruire», a notamment déclaré Félix Tshisekedi.
Relations contrastées
Les relations entre les deux voisins furent assez bonnes pendant la période du mandat belge sur le Rwanda, de 1919 à 1962, et après les indépendances. Mais le génocide rwandais de 1994 a exporté le conflit civil rwandais en République démocratique du Congo (RDC), alors Zaïre. Depuis, l’est de la RDC est déstabilisé avec la présence de plusieurs groupes armés dont les FDLR, les forces démocratiques de libération du Rwanda. Sans compter sur l’intervention de l’armée rwandaise au Congo dans le cadre de la deuxième guerre du Congo (1998-2002).
Dans ces conditions, «on ne peut pas parler d’oublier le passé. C’est quelque chose d’impensable et d’impossible», affirme Isidore NDaywel, historien et professeur émérite à l’université de Kinshasa. Il faudrait ainsi, qu’en tout premier lieu, le Rwanda reconnaisse les dégâts qu’il a commis et fasse «amende honorable», estime l’historien.
Mais ce parcours ne sera pas facile tant l’influence de Kigali sur la politique congolaise est importante. Si la RDC a lancé une action devant la justice internationale contre l’Ouganda, autre pays à s’être impliqué dans la guerre au Congo, il n’en est pas de même contre le Rwanda. «Jamais on a osé accuser le Rwanda, ce qui montre bien la mainmise rwandaise sur la gouvernance du Congo», souligne ainsi Isidore NDaywel.
La route pour une vraie réconciliation est donc encore longue d’autant que les problèmes de fond n’ont pas encore été abordés, explique-t-il. 



...........................................................................................................................................

Lettre ouverte aux Députés de la République Française en prochaine visite au Rwanda pour la commémoration du génocide (Faustin Twagiramungu) 

Lire: LETTRE DE L'ANCIEN PREMIER MINISTRE