sabato 24 gennaio 2026

GIOVANI E VIOLENZA - YOUTH AND VIOLENCE

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  Alle radici 

della

 violenza 

dei giovani



Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli.

Una società priva di valori produce violenza.


-         di Giuseppe Savagnone  

Inadeguate misure repressive

Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei limiti.

Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti. 

In realtà, però, il problema non riguarda solo gli stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione».

Si parla anche di nuove norme che puniscano non solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.

La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi, o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.

Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono, più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire da cui essi scaturiscono.

I mezzi e i fini

Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.

Il problema della nostra società è che l’utile viene presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.

Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la ricerca in questa prospettiva più ampia.

Solo così, peraltro, si può educare al bene comune – tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno a scapito di qualcun altro  e risultano perciò inevitabilmente divisivi, mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere nessuno.

Al di là del bene e del male

E proprio la ricerca del bene comune della società definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il frutto di valutazioni puramente soggettive.

Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che  ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forti domini il più debole e abbia più di lui (…)  Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi».

È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan «Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il più debole».

Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessant, il quale –  per giustificare l’arbitraria pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca  -ha spiegato: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».

Di questo modello, che non è solo politico, ma culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore, differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può minare la sintonia sostanziale che li unisce.

Oltre la logica della violenza

C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso non servono decreti-legge e forze di polizia. È necessario un paziente sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da questo punto di vista, profondamente in crisi –  devono tornare coraggiosamente a farsi carico.

Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano, alleato di ferro di Netanyahu.

Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra, di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace, trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la denunciano e la condannano.

E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se non vogliamo continuare a  lasciare il campo a misure meramente repressive palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.

 www.tuttavia.eu

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EDUCARE PER PREVENIRE - it - fr - en - es


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EDUCARE PER PREVENIRE

-   

    di VANNA IORI

Nell’emergenza emotiva che si manifesta nei comportamenti adolescenziali e giovanili ci sono criticità sociali, relazionali, gesti di aggressività e di violenza riportati quotidianamente dalla cronaca. Siamo di fronte a una ferita collettiva, che interroga profondamente il mondo adulto.

L’aggressività che esplode tra adolescenti non nasce nel vuoto. Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute che si traducono in gesti estremi, come quelli più recenti. È spesso un linguaggio disperato, quando le parole non sono state ascoltate, insegnate, accompagnate, quando le emozioni non hanno trovato tregua, quando la rabbia è rimasta senza argini.

Molti dati presenti nelle ricerche sugli adolescenti (come quelle dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo), indicano vissuti di rabbia, depressione, paure, insicurezze, ma

sono indicati anche molti sentimenti e gesti positivi, empatia, solidarietà, speranza che arricchiscono i vissuti giovanili. Le cronache e i media però parlano raramente delle positività.

E certamente l’urgenza di intervenire e indicare quali azioni dobbiamo mettere in campo per prevenire il malessere e i conseguenti comportamenti ha bisogno di risposte efficaci nei nostri gesti, nelle parole, nelle azioni da attivare come singoli e come comunità.

Famiglia e scuola sono i luoghi prioritari in cui trasmettere protezione, ascolto, progettualità per il futuro. Ma servono investimenti, non slogan.

Occorre una visione che metta al centro il diritto di crescere con fiducia, cioè investire in risorse stabili per la scuola e i servizi educativi, progetti di contrasto alla povertà educativa, centri di aggregazione, competenze educative efficaci.

La sicurezza si costruisce con comunità educanti che si prendono cura: non basta aumentare repressione, sanzioni, divieti, controlli. Se mancano azioni di prevenzione e cura educativa fin dalla prima infanzia, non si fa che spostare il problema più avanti, rendendolo più grave, perché quando si manifestano i comportamenti che ci sconvolgono, è tardi! Ed è molto più difficile intervenire e recuperare le problematiche.

Il passo basilare è costruire gli alfabeti dei sentimenti, insegnare le parole per dire ciò che si prova e cogliere il nesso con il comportamento che ne deriva.

Occorre poi incrementare la genitorialità diffusa, la comunità, la condivisione. Perché nelle famiglie, divenute sempre più piccole per la denatalità, è cresciuta l’insicurezza: i genitori misurano la loro “riuscita” dalla riuscita dei figli e queste elevate aspettative affossano la serenità nei figli, nelle relazioni con altre famiglie e con la scuola, servizi sociali, associazioni.

Famiglie e scuole devono essere spazi in cui si possa parlare, luoghi in cui gli adulti siano presenze significative e affidabili nell’educazione affettiva, relazionale, civile: non solo controllori ma interlocutori capaci di offrire tempo, ascolto, racconti, empatia, solidarietà, amicizia, gesti dove il prendersi cura prevale.

Oltre alla scuola e alla famiglia c’è poi il mondo informatico. Non possiamo certo ignorare l’importanza di educare ad un uso corretto, nei modi e nei tempi, degli strumenti della rete, affinché il web non si insinui nei vissuti e la realtà virtuale non condizioni la vita reale, sospingendo i giovani verso la violenza e verso una dipendenza che allontana dalle relazioni autentiche.

Tra gli altri ambiti importanti su versante educativo e preventivo vi è l’accesso a opportunità di umanizzazione attraverso sport, cultura, socialità, apertura. Lo sport è occasione educativa se insegna a fare squadra (non tifoserie), a costruire rispetto reciproco, a fallire e ritentare E così il gioco, che non è una perdita di tempo, ma è pensare, è scoperta di sé, è condividere.

Investire precocemente sull’educazione emotiva può avvalersi dunque di molte realtà, ruoli, persone per accompagnare relazioni positive di solidarietà e amicizia. Perché ogni volta che la violenza entra in una scuola, è un’intera comunità adulta che viene coinvolta nella responsabilità di fermare la brutalità o l’indifferenza e per non perdere la capacità di costruire la comunicazione “vera” della comunità educante.

 www.avvenire.it  

 -    ÉDUQUER POUR PRÉVENIR

    par VANNA IORI

La crise émotionnelle qui se manifeste dans les comportements des adolescents et des jeunes adultes englobe des problèmes sociaux et relationnels, ainsi que des actes d'agression et de violence rapportés quotidiennement dans les médias. Nous sommes confrontés à une blessure collective qui remet profondément en question le monde adulte.

L'agressivité qui explose chez les adolescents ne surgit pas du néant. Le harcèlement scolaire, le cyberharcèlement et la hausse de la consommation de substances illicites et de l'usage d'armes blanches sont l'aboutissement d'une longue chaîne de silences, de solitude et de fragilité insoupçonnée qui se traduisent par des actes extrêmes, comme les plus récents. C'est souvent l'expression du désespoir, lorsque les mots n'ont pas été entendus, enseignés ou soutenus, lorsque les émotions n'ont trouvé aucun répit, lorsque la colère est restée incontrôlée.

De nombreuses données issues de recherches sur les adolescents (comme celles de l'Observatoire de la jeunesse de l'Institut Toniolo) font état d'expériences de colère, de dépression, de peurs et d'insécurités, mais

De nombreux sentiments et gestes positifs, l'empathie, la solidarité et l'espoir qui enrichissent le vécu des jeunes sont également évoqués. Cependant, les médias abordent rarement ces aspects positifs.

Et assurément, l’urgence d’intervenir et d’indiquer les actions que nous devons mettre en œuvre pour prévenir ce malaise et les comportements qui en découlent exige des réponses efficaces dans nos gestes, dans nos paroles, dans les actions que nous devons entreprendre en tant qu’individus et en tant que communauté.

La famille et l'école sont les lieux privilégiés pour inculquer le sens de la protection, l'écoute et la planification de l'avenir. Mais ce sont des investissements, et non des slogans, qu'il faut.

Nous avons besoin d'une vision qui place le droit de grandir en toute confiance au centre de ses préoccupations, c'est-à-dire en investissant dans des ressources stables pour les écoles et les services éducatifs, dans des projets de lutte contre la pauvreté éducative, dans des centres communautaires et dans des compétences éducatives efficaces.

La sécurité repose sur des communautés bienveillantes et solidaires : accroître la répression, les sanctions, les interdictions et les contrôles ne suffit pas. Si la prévention et l’éducation ne sont pas mises en œuvre dès la petite enfance, nous ne ferons que repousser le problème et l’aggraver. Car lorsque les comportements qui nous dérangent se manifestent, il est déjà trop tard ! Et il devient beaucoup plus difficile d’intervenir et de régler les problèmes.

La première étape consiste à construire l'alphabet des émotions, à enseigner les mots pour exprimer ce que l'on ressent et à comprendre le lien avec le comportement qui en découle.

Il est également nécessaire de développer l'implication parentale, le soutien communautaire et le partage. En effet, les familles, de plus en plus petites en raison de la baisse de la natalité, sont de plus en plus précaires : les parents mesurent leur « réussite » à l'aune de celle de leurs enfants, et ces attentes élevées nuisent à la sérénité de ces derniers, à leurs relations avec les autres familles, ainsi qu'avec les écoles, les services sociaux et les associations.

Les familles et les écoles doivent être des espaces où l'on peut dialoguer, des lieux où les adultes sont des présences importantes et fiables dans l'éducation émotionnelle, relationnelle et civique : non pas seulement des contrôleurs, mais des interlocuteurs capables d'offrir du temps, de l'écoute, des histoires, de l'empathie, de la solidarité, de l'amitié, des gestes où règne la bienveillance.

Au-delà de l'école et de la famille, il y a aussi le monde des technologies de l'information. Nous ne pouvons certainement pas ignorer l'importance d'enseigner le bon usage des outils en ligne, tant en termes de timing que de méthodes, afin que le web n'envahisse pas nos vies et que la réalité virtuelle n'influence pas la vie réelle, poussant les jeunes vers la violence et une dépendance qui les éloigne des relations authentiques.

Parmi les autres domaines importants de l'éducation et de la prévention figure l'accès à des opportunités d'épanouissement personnel par le sport, la culture, les interactions sociales et l'ouverture d'esprit. Le sport est une source d'apprentissage s'il enseigne le travail d'équipe (et non le fanatisme), le respect mutuel et l'apprentissage de l'échec et de la persévérance. Le jeu l'est tout autant : loin d'être une perte de temps, il est une manière de penser, de se découvrir et de partager.

Investir tôt dans l'éducation émotionnelle permet ainsi de mobiliser de nombreuses réalités, rôles et personnes pour favoriser des relations positives de solidarité et d'amitié. Car chaque fois que la violence s'introduit dans un établissement scolaire, c'est toute la communauté adulte qui se voit confier la responsabilité d'enrayer la brutalité ou l'indifférence et de préserver la capacité à instaurer une véritable communication au sein de la communauté éducative.

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EDUCATE TO PREVENT

-         by VANNA IORI

The emotional crisis manifesting in adolescent and youth behaviors includes social and relational issues, as well as acts of aggression and violence reported daily in the news. We are facing a collective wound, which profoundly questions the adult world.

The aggression that explodes among adolescents doesn't arise in a vacuum. Bullying, cyberbullying, and the rise in substance abuse and knife use are the culmination of a long chain of silences, loneliness, and unrecognized fragility that translate into extreme acts, like the most recent ones. It's often a language of desperation, when words haven't been heard, taught, or supported, when emotions have found no respite, when anger has been left unchecked.

Many data present in research on adolescents (such as those of the Youth Observatory of the Toniolo Institute), indicate experiences of anger, depression, fears, insecurities, but

Many positive feelings and gestures, empathy, solidarity, and hope that enrich youthful experiences are also mentioned. However, the news and the media rarely discuss the positive aspects.

And certainly the urgency to intervene and indicate what actions we must implement to prevent the malaise and the resulting behaviors requires effective responses in our gestures, in our words, in the actions we must activate as individuals and as a community.

Family and school are the primary places to instill protection, listening, and planning for the future. But investments, not slogans, are needed.

We need a vision that puts the right to grow with confidence at its centre, that is, investing in stable resources for schools and educational services, projects to combat educational poverty, community centres, and effective educational skills.

Safety is built with caring, nurturing communities: increasing repression, sanctions, bans, and controls isn't enough. If prevention and educational interventions aren't implemented from early childhood, we'll only push the problem further forward, making it worse. Because by the time the behaviors that upset us manifest, it's too late! And it's much more difficult to intervene and address the issues.

The basic step is to build the alphabets of feelings, teach the words to express what one feels and understand the connection with the resulting behavior.

We also need to increase widespread parenting, community, and sharing. Because families, increasingly smaller due to the declining birth rate, have become increasingly insecure: parents measure their "success" by their children's success, and these high expectations undermine the serenity of their children, their relationships with other families, and with schools, social services, and associations.

Families and schools must be spaces where we can talk, places where adults are significant and reliable presences in emotional, relational, and civic education: not just controllers but interlocutors capable of offering time, listening, stories, empathy, solidarity, friendship, gestures where caring prevails.

Beyond school and family, there's also the world of information technology. We certainly can't ignore the importance of teaching the proper use of online tools, both in terms of timing and methods, so that the web doesn't infiltrate our lives and virtual reality doesn't influence real life, pushing young people toward violence and a dependency that distances them from authentic relationships.

Among other important areas of education and prevention is access to opportunities for humanization through sports, culture, social interaction, and openness. Sport is an educational opportunity if it teaches teamwork (not fandom), building mutual respect, and learning to fail and try again. And so is play, which isn't a waste of time, but rather a way of thinking, of self-discovery, of sharing.

Investing early in emotional education can therefore leverage many realities, roles, and people to foster positive relationships of solidarity and friendship. Because every time violence enters a school, an entire adult community is charged with the responsibility of stopping brutality or indifference and maintaining the ability to build "true" communication within the educational community.

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EDUCAR PARA PREVENIR

-         por VANNA IORI

La crisis emocional que se manifiesta en el comportamiento de adolescentes y jóvenes incluye problemas sociales y relacionales, así como actos de agresión y violencia que aparecen a diario en las noticias. Nos enfrentamos a una herida colectiva que cuestiona profundamente el mundo adulto.

La agresividad que estalla entre los adolescentes no surge de la nada. El acoso, el ciberacoso y el aumento del abuso de sustancias y el uso de armas blancas son la culminación de una larga cadena de silencios, soledad y fragilidad no reconocida que se traduce en actos extremos, como los más recientes. A menudo es un lenguaje de desesperación, cuando las palabras no se han escuchado, enseñado ni apoyado, cuando las emociones no han encontrado respiro, cuando la ira no se ha controlado.

Muchos datos presentes en las investigaciones sobre adolescentes (como los del Observatorio de la Juventud del Instituto Toniolo), indican experiencias de ira, depresión, miedos, inseguridades, pero

También se mencionan muchos sentimientos y gestos positivos, como la empatía, la solidaridad y la esperanza, que enriquecen las experiencias de los jóvenes. Sin embargo, las noticias y los medios de comunicación rara vez abordan los aspectos positivos.

Y ciertamente la urgencia de intervenir y señalar qué acciones debemos implementar para prevenir el malestar y las conductas resultantes requiere respuestas efectivas en nuestros gestos, en nuestras palabras, en las acciones que debemos activar como individuos y como comunidad.

La familia y la escuela son los espacios principales para inculcar protección, escucha y planificación para el futuro. Pero se necesitan inversiones, no eslóganes.

Necesitamos una visión que ponga en el centro el derecho a crecer con confianza, es decir, invertir en recursos estables para escuelas y servicios educativos, proyectos para combatir la pobreza educativa, centros comunitarios y habilidades educativas efectivas.

La seguridad se construye con comunidades solidarias y protectoras: aumentar la represión, las sanciones, las prohibiciones y los controles no es suficiente. Si no se implementan intervenciones preventivas y educativas desde la primera infancia, solo agravaremos el problema. Porque para cuando se manifiesten los comportamientos que nos perturban, ¡ya es demasiado tarde! Y es mucho más difícil intervenir y abordar los problemas.

El paso básico es construir los alfabetos de los sentimientos, enseñar las palabras para expresar lo que uno siente y comprender la conexión con el comportamiento resultante.

También necesitamos fomentar la crianza, la comunidad y el compartir de forma generalizada. Porque las familias, cada vez más pequeñas debido a la disminución de la natalidad, se han vuelto cada vez más inseguras: los padres miden su "éxito" por el éxito de sus hijos, y estas altas expectativas minan la serenidad de sus hijos, sus relaciones con otras familias, y con las escuelas, los servicios sociales y las asociaciones.

Las familias y las escuelas deben ser espacios donde poder hablar, lugares donde los adultos seamos presencias significativas y fiables en la educación emocional, relacional y cívica: no sólo controladores sino interlocutores capaces de ofrecer tiempo, escucha, historias, empatía, solidaridad, amistad, gestos donde prevalezca el cuidado.

Más allá de la escuela y la familia, también está el mundo de las tecnologías de la información. Sin duda, no podemos ignorar la importancia de enseñar el uso adecuado de las herramientas en línea, tanto en términos de tiempo como de métodos, para que la web no se infiltre en nuestras vidas y la realidad virtual no influya en la vida real, empujando a los jóvenes a la violencia y a una dependencia que los aleja de las relaciones auténticas.

Entre otras áreas importantes de la educación y la prevención se encuentra el acceso a oportunidades de humanización a través del deporte, la cultura, la interacción social y la apertura. El deporte es una oportunidad educativa si enseña el trabajo en equipo (no la afición), fomenta el respeto mutuo y aprende a fallar y a volver a intentarlo. Y también lo es el juego, que no es una pérdida de tiempo, sino una forma de pensar, de autodescubrimiento y de compartir.

Por lo tanto, invertir tempranamente en la educación emocional puede aprovechar diversas realidades, roles y personas para fomentar relaciones positivas de solidaridad y amistad. Porque cada vez que la violencia entra en una escuela, toda una comunidad adulta tiene la responsabilidad de frenar la brutalidad o la indiferencia y de mantener la capacidad de construir una comunicación auténtica dentro de la comunidad educativa.

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PRESERVING HUMAN VOICES AND FACES

Pope Leo: 

Technology must serve the human person, not replace it

 



In his message for the 60th World Day of Social Communications, Pope Leo XIV highlights the importance of ensuring that technological innovation, particularly artificial intelligence, serves the human person rather than replacing or diminishing human dignity.

 

Vatican News

 Face and voice are unique traits of every person and form the foundation of human identity and relationships. Reflecting on this truth, Pope Leo XIV introduces his Message for the 60th World Day of Social Communications, which will be celebrated on 17 May 2026, with a focus on digital communication and artificial intelligence, highlighting the need to protect human dignity in an age increasingly shaped by technological innovation.

Human beings, the Pope recalls, are created in the image and likeness of God and called into relationship through the Word. Safeguarding faces and voices, therefore, means protecting the divine imprint present in each person and upholding the irreplaceable vocation of every human life.

The anthropological challenge of technology

The Pope warns that digital technologies, especially artificial intelligence systems capable of simulating voices, faces, and emotions, risk altering essential dimensions of human communication.

The challenge, he stresses, is not primarily technological but anthropological; it is a matter of protecting human identity and authentic relationships.

He draws attention to the impact of social media algorithms that prioritise rapid emotional reactions over reflection, weakening critical thinking and fostering social polarisation.

The growing reliance on artificial intelligence for information, creativity, and decision-making, he adds, also risks diminishing analytical skills, imagination, and personal responsibility.

Reality, simulation, and social impact

Pope Leo highlights the difficulty of distinguishing between reality and simulation in digital environments, where automated agents and chatbots can influence public debate and individual choices, shaping emotional responses and personal interactions.

Such dynamics, he notes, may affect not only individuals but also social and cultural life.

Responsibility, cooperation, and education

To address these challenges, the Pope identifies responsibility, cooperation, and education as essential pillars. Technology developers, political authorities, media professionals, and educators are called to promote transparency, safeguard human dignity, and ensure the integrity of information.

 Collaboration among institutions and sectors, he writes, is required to guide digital innovation toward the common good.

Media literacy and digital awareness

Finally, Pope Leo underlines the importance of education in media, information, and artificial intelligence literacy, fostering critical awareness, protecting personal identity, and supporting a responsible culture of communication.

Renewed care for face and voice, he concludes, remains central to preserving the human dimension of communication and orienting technological progress to the service of the human person.

Il Papa: non fermare le nuove tecnologie ma governarle. L'IA sia alleata, non oracolo

Face aux défis de l’IA, le manifeste de Léon XIV pour un sursaut de l’humain

Jornada Mundial de las Comunicaciones: Preservar las voces y rostros humanos

Messaggio del Santo Padre per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2026 


PELERIN D'EXPERANCE

 


Pèlerins d’Espérance

 

avec les catéchumènes


 et les néophytes

 


-par Vincent Dollmann

Archeveque de Cambrai, Assistent Ecclesiastique UMEC-WUCT


Introduction : les catéchumènes et les néophytes, un don à toute l’Église

 Les catéchumènes désignent, selon l’étymologie grecque, ceux qui sont « instruits de vive voix » en vue des sacrements de l’Initiation chrétienne, à savoir le baptême, la confirmation et l’eucharistie. Après le baptême, ils sont appelés néophytes, ce qui signifie étymologiquement « nouvelle plante ».

Dès les premiers temps, fut mis en place un accompagnement catéchétique et liturgique pour le catéchuménat et le néophytat sous la responsabilité directe de l’évêque. Avec la christianisation des sociétés européennes au Moyen-Âge, le baptême d’enfants est devenu la norme. Ce n’est qu’au XXe siècle marqué par la sécularisation et la rupture de transmission de la foi, que l’Église catholique a relancé officiellement le catéchuménat des adultes lors du Concile Vatican II par la Constitution sur la liturgie Sacrosanctum Concilium (n. 64-69). Un rituel pour toute l’Église en 1972 a été publié ; la version française a été officialisée par la Conférence des évêques de France en 1996, sous le nom de Rituel d’Initiation chrétienne des adultes (RICA).

 Depuis quatre ou cinq ans, tous les diocèses de France voient une augmentation importante du nombre de catéchumènes dont la moitié ont entre 15 à 25 ans. Ils rejoignent le nombre croissant des baptisés qui, à l’âge adulte, souhaitent recevoir la communion ou la confirmation. C’est un cadeau du Seigneur pour notre temps, qui doit nous réjouir et susciter notre action de grâce.

 

Le cheminement des catéchumènes vers le Christ a été souvent déclenché par des expériences spirituelles personnelles, comme la visite d’une église qui invitait au silence et au recueillement, ou encore la confrontation à des événements heureux ou douloureux qui les ont amenés à s’interroger sur le sens de la vie, sur le bonheur et l’au-delà. Mais leur entrée en catéchuménat n’a pu se faire qu’avec le soutien de chrétiens qui les ont écoutés et mis en lien avec une paroisse, une aumônerie ou un mouvement.

 

Les catéchumènes viennent ainsi interpeler la disponibilité des chrétiens à être témoins du Christ en paroles et en actes. Ces derniers sont appelés à accompagner les catéchumènes pour qu’ils se laissent greffer par le Christ sur sa vie de ressuscité en accueillant la sève de sa Parole et des sacrements de l’Église. Dans la lettre pastorale sur la mission d’annonce de l’Évangile en 2022, j’avais indiqué que le catéchuménat était un domaine à renforcer. Avec l’expérience de l’équipe diocésaine, des prêtres et des animateurs du catéchuménat, il y a aujourd’hui à porter l’attention sur deux aspects : l’accompagnement des catéchumènes et néophytes par toute la communauté chrétienne et la mise en valeur d’un cheminement du néophytat qui peut s’appuyer sur la catéchèse mystagogique des premiers siècles, catéchèse de l’approfondissement des sacrements reçus.

  1. Un cheminement en Eglise

  Le baptême fait de nous des membres à part entière de la grande famille de Dieu. L’initiative vient toujours de lui et nous y répondons en faisant l’expérience de son amour qui nous sauve. Dans votre cheminement comme catéchumènes et nouveaux baptisés, chacun de vous fait une rencontre personnelle avec le Seigneur dans la communauté qui l’accueille » (Pape Léon XIV, discours aux néophytes et catéchumènes français, Rome, 29 juillet 2025).

 Les sacrements de l’Initiation chrétienne, à savoir le baptême, la confirmation et l’eucharistie, concernent toute l’Église.

 Les sacrements de l’Initiation, comme chaque sacrement, sont le cœur battant de l’Église. Ils lui donnent part à la vie du Christ et l’édifient comme Peuple de Dieu, Corps du Christ et Temple de l’Esprit-Saint. Tout sacrement reçu, même en présence d’une assemblée réduite, rejaillit sur l’ensemble de l’Église. Celui qui est bénéficiaire de la grâce d’un sacrement est en effet établi et renouvelé dans sa dignité de fils de Dieu qui fait de lui une personne en relation avec Dieu et les autres. Bien plus encore, chaque sacrement met en œuvre le salut obtenu par le Christ pour l’humanité et fait ainsi de celui qui le reçoit un relais de cette grâce.

 Le catéchuménat offre à chaque baptisé la possibilité de s’ouvrir à cette dimension ecclésiale des sacrements, en portant les catéchumènes dans la prière et en veillant à tisser des relations fraternelles avec eux. Le cheminement prévoit des célébrations en présence de l’assemblée. Celles-ci ont à être intégrées dans le programme liturgique des paroisses et des lieux d’Église qui accueillent des catéchumènes. Au début du Carême, une liste de noms de catéchumènes est remise à chaque paroisse du diocèse.

 Ce lien de prière entre baptisés et catéchumènes affermit leur attachement au Christ et à son Église. Les enfants, lors de la rencontre du catéchisme, comme chaque paroissien à la messe dominicale, doivent y être encouragés. De même, lors de la célébration de l’appel décisif au début du Carême, il existe la belle tradition de la remise du nom des catéchumènes aux communautés religieuses, familles spirituelles et groupes de prière.

 Catéchumènes et baptisés, un enrichissement mutuel

 Alors que le dernier synode des évêques de 2023 et 2024 à Rome, invitait les chrétiens à porter une plus grande attention à la synodalité de l’Eglise, je suis convaincu que le Seigneur nous offre aujourd’hui de l’expérimenter avec les catéchumènes. Il s’agit de les accueillir et de nous enrichir mutuellement des expériences de foi et de service. 

 Ce que les catéchumènes portent comme richesses

 1. Même si le relais de chrétiens a été décisif pour entrer en catéchuménat, les futurs baptisés nous rappellent que Dieu peut toucher les cœurs par des médiations les plus diverses, au-delà de nos structures pastorales. Le cheminement des catéchumènes invite à rendre grâce pour l’action de l’Esprit Saint dans le cœur des hommes et à lui donner toute sa place dans notre vie spirituelle.

 2. Les premiers contacts avec la communauté, par la visite d’une église ou la participation à une célébration, sont un appel pressant à soigner les liturgies en veillant à la beauté et au silence mais aussi à garder nos églises ouvertes et propres.

 3. Les catéchumènes nous provoquent plus largement à travailler à une Église accueillante. Cela passe notamment à travers l’attention aux différentes générations et sensibilités spirituelles et à la proposition de temps de convivialité, notamment après les célébrations.

 4. Les catéchumènes ont pour la plupart fait une expérience de la présence de Dieu dans leur vie et expriment une vraie soif de le connaître. Ils interpellent ainsi les baptisés sur la place effective de l’Évangile du Christ dans leur vie. Ils nous stimulent à approfondir notre connaissance de la Parole de Dieu et à en cultiver le goût par la prière personnelle et communautaire.

 Ce que les chrétiens de longue date portent comme richesses

 Quant aux baptisés, leur fidélité au baptême et à leur vocation personnelle est un roc sur lequel les catéchumènes peuvent s’appuyer.

 1.     Le témoignage de vie des aînés dans la foi est un soutien pour leur permettre de discerner ce qui est contraire à la vie de disciple du Christ. Ils pourront s’approprier les renoncements qu’ils déclarent devant l’assemblée lors du baptême.

 1.     La découverte des engagements de chrétiens au service du prochain, notamment des personnes fragiles et pauvres, les encourage à y prendre part et surtout à laisser la charité chrétienne animer leur vie.

 3. L’attachement des chrétiens à la Tradition et à la vie de l’Église leur permettra de développer le sens de l’Église, Peuple de Dieu et Corps du Christ, Mystère de communion.

  Le catéchuménat dans et avec la communauté chrétienne

 Si toute l’Église est concernée par le catéchuménat, il s’agit, comme l’indiquent les directives du catéchuménat du diocèse, de le proposer non seulement dans les paroisses, mais aussi dans les écoles catholiques, les aumôneries scolaires, les aumôneries d’hôpitaux et de prison, les mouvements et les groupes de prière (Indications canoniques et pastorales du 15 mars 2024). Il nous faut encore aller plus loin et faire des équipes de catéchuménat un lieu d’Église. Il s’agit de sortir du schéma d’équipe constituée uniquement de catéchumènes et de leur catéchiste et de veiller à ce que les catéchumènes soient en lien avec les prêtres et l’ensemble du Peuple de Dieu. Dès le départ de leur cheminement, les catéchumènes doivent pouvoir s’ouvrir à la richesse de la vie ecclésiale au niveau diocésain et universel.

 Certaines paroisses du diocèse proposent aux catéchumènes d’intégrer des fraternités paroissiales qui facilitent l’articulation des différentes dimensions de la réflexion, de la prière et de la convivialité, et qui se poursuivent après le baptême durant le temps du néophytat. D’autres paroisses proposent aux catéchumènes une alternance entre le petit et le grand groupe, ou encore entre les rencontres avec les catéchistes et la communauté. Elles prévoient par exemple de commencer le parcours Alpha avec d’autres personnes, ou encore de fixer les rencontres le dimanche matin, avant de rejoindre la messe qui est suivie d’un temps convivial.

 Comme ministres de la communion et des sacrements de l’Église, les prêtres exercent dans leur lieu de mission la vigilance sur le catéchuménat. Si certains participent directement à un groupe, tous ont à prendre part au discernement concernant les étapes du catéchuménat et l’admission aux sacrements. Parmi les accompagnateurs, il faudra toujours des catéchistes formés et qui continuent de se former. Le Service diocésain du catéchuménat en assure la responsabilité. En tant qu’évêque, j’ai à veiller à ce que cet accompagnement soit effectif et fécond. Le Rituel de l’Initiation prévoit la figure de garant ; il s’agit d’« une personne qui connaît le candidat, l’a aidé et peut témoigner de sa conduite, de sa foi et de sa décision » (RICA n. 45).

 Les parrains, hommes et femmes, ont à participer activement au cheminement et à prendre leur place dans les rencontres et les différentes célébrations. Le Rituel parle du parrain comme d’un témoin et d’un éducateur de la foi :  « Il est choisi par le catéchumène à cause de son exemple, de ses qualités, et par amitié ;

il est délégué par la communauté chrétienne locale et agréé par le prêtre »
(RICA n. 46).

 Le cheminement du catéchuménat en équipe, avec des clercs et des laïcs, et si possible avec des néophytes, permet d’endiguer le décrochage par rapport à la vie de l’Église de beaucoup de catéchumènes après leur baptême. Il participe à l’effort de nos communautés pour vivre de l’Esprit de la Pentecôte qui unit les cœurs dans la charité du Christ et qui les accompagne dans le service de son Evangile.

 2. Une démarche de catéchèse et de conversion

 « Le Baptême introduit dans la communion avec le Christ et donne la vie. Il nous engage à renoncer à une culture de la mort très présente dans notre société » (Pape Léon XIV, aux néophytes et catéchumènes français).

 Un cheminement vers les sacrements de l’Initiation chrétienne

 Le catéchuménat a en vue le baptême, la confirmation et l’eucharistie. Ils constituent ensemble les sacrements de l’Initiation. J’affirmais ainsi dans les Indications canoniques et pastorales du 15 mars 2024 : « Comme évêque, je ne peux pas accueillir un adulte au baptême sans avoir la garantie qu’il reçoive également la confirmation et normalement l’eucharistie, sauf dans des situations canoniques particulières ».

Toutefois, si un étalement dans la réception des sacrements de l’Initiation est prévu, il faut le discerner avec le catéchumène et ne pas dépasser la durée d’un an. Si le temps du néophytat est un temps d’approfondissement des grâces reçues dans les sacrements de l’Initiation et d’enracinement dans la vie ecclésiale, il est propice à une catéchèse approfondie sur le sacrement de la réconciliation. Avec l’eucharistie, ils constituent les deux appels dont dispose le chrétien pour demeurer dans la grâce du baptême. Le pardon reçu dans ce sacrement, c’est le don de la vie du Christ ressuscité par-delà nos limites et nos péchés.

 Un cheminement sur une durée

 Pour le diocèse les Indications canoniques et pastorales indiquent un repère de deux ans pour la durée du catéchuménat et suggèrent de commencer au minimum le cheminement en janvier-février pour le baptême l’année d’après.

Pour les collégiens et les lycéens, les responsables d’une institution ou d’une aumônerie scolaire peuvent, pour des raisons sérieuses, adapter le cheminement au rythme de l’année académique.

Dans tous les cas, il appartient au curé et aux responsables locaux du catéchuménat de discerner pour maintenir l’exigence de la durée et assurer une préparation suffisante.

 Un cheminement qui intègre les démarches administratives

 La réception des sacrements de l’Initiation est notifiée dans un registre paroissial et diocésain. Cela nécessite la constitution d’un dossier. Cette démarche souligne l’importance du catéchuménat pour l’Église et constitue un encouragement aux catéchumènes, ainsi qu’à leurs accompagnateurs, pour le vivre avec sérieux. La récolte des données en vue de la constitution du dossier fait partie de la démarche catéchuménale. Elle nécessite un climat d’écoute et permet de repérer les situations difficiles qu’il faut détecter à temps pour proposer des cheminements adaptés. Ceux-ci sont à discerner en lien avec le curé et l’équipe diocésaine du catéchuménat.

 Un enseignement qui s’appuie sur les Saintes Écritures et la Tradition de l’Église

 Les Saintes Écritures et la Tradition de l’Église forment la base de tout parcours catéchétique. En simplifiant, nous pourrions dire que la Tradition désigne le trésor de la réflexion, de la prière et du service que l’Église a développé au cours des âges. Cela signifie que les Saintes Écritures ne peuvent être lues qu’en lien avec la Tradition.

Ensemble, Écriture et Tradition permettent le progrès de la foi au sens d’un approfondissement. La Constitution conciliaire sur la Révélation divine parle de « la perception des choses qui s’accroît » (Concile Vatican II Dei Verbum n. 8). En tenant ensemble Tradition et Écriture, l’approfondissement de la connaissance sera à la fois d’ordre intellectuel et existentiel. La foi peut alors véritablement aider à vivre et à prendre le chemin de la Vie divine. À côté des supports catéchétiques, il est ainsi important de familiariser les catéchumènes avec la Bible et le Catéchisme de l’Église Catholique.

 Un cheminement qui ouvre à la conversion

 En visant le renforcement de l’attachement au Christ et à son Église, la catéchèse interpelle nécessairement la vie des catéchumènes. À la lumière de l’Évangile, elle éclaire sur les détachements à opérer.

L’entrée en catéchuménat et l’appel décisif comportent des dialogues liturgiques entre le célébrant et les catéchumènes qui les préparent à la renonciation et à la profession de foi du baptême. Ces dialogues méritent une attention particulière pour permettre aux catéchumènes et à leurs accompagnateurs de discerner les attaches intellectuelles et morales auxquelles ils ont à renoncer pour suivre le Christ.

 Un cheminement animé par la prière personnelle et en groupe

 Le Pape Jean-Paul II avait fait de la prière une priorité pour le renouveau de la vie chrétienne et ecclésiale au XXIe siècle. Dans sa Lettre apostolique Au début du nouveau millénaire, il affirmait : « Pour la pédagogie à la sainteté, il faut un christianisme qui se distingue avant tout dans l’art de la prière ». (Novo Millennio Ineunte, janvier 2001).

 Pour ce renouveau, il nous faut commencer tout simplement par mettre à l’honneur dans nos salles paroissiales et nos maisons, des signes qui invitent à la prière : une croix, une icône, ou encore une statue de la Vierge Marie ou d’un saint. La prière du Christ et celle de ses disciples est toute simple : elle s’adresse à Dieu avec les mots « Père, Papa ». Quand nous disons avec Jésus « Père », ou que nous nous adressons à Jésus, à la Vierge Marie ou à un saint, nous entrons dans la relation de confiance et d’amour avec Dieu, relation que l’Esprit-Saint est venu établir le jour de la Pentecôte.

 La fidélité à la prière personnelle et en groupe est le terreau d’un cheminement qui fortifie l’attachement à la personne du Christ et éclaire la foi en Dieu Père, Fils et Esprit-Saint. Il est bon que les catéchumènes et l’ensemble des chrétiens s’encouragent à la prière personnelle matin et soir, qu’ils s’appuient sur la Bible et les prières de la tradition chrétienne (Pater, Ave Maria, Credo…).

Ils peuvent participer ensemble aux propositions de l’adoration eucharistique et de la liturgie des Heures approfondies dans les différentes formes de prière, de la louange à l’oraison silencieuse.

 Une part importante des catéchumènes a eu un contact avec la Bible pour trouver des réponses à leurs questions existentielles ou pour étancher leur soif de Dieu. Le cheminement catéchuménal devrait initier à la lecture priante des Écritures qui permet d’unifier l’approche intellectuelle et spirituelle, et d’ouvrir au dialogue avec le Seigneur. Il existe de nombreuses méthodes inspirées notamment de la tradition bénédictine ou ignatienne.

 Un cheminement qui ouvre à l’Église diocésaine et universelle

 Une grâce reçue personnellement ou un progrès spirituel personnel rejaillit toujours sur toute l’Église. Le cheminement catéchuménal par conséquent, ne peut pas se contenter des réunions en petits groupes. L’argument qui serait de préserver une qualité de relation fraternelle entre les membres du groupe et d’éviter trop vite des contacts avec la vie paroissiale et diocésaine ne tient pas. Une vie fraternelle s’enrichit et se fortifie par le lien avec la vie chrétienne locale et diocésaine, et par le témoignage de chrétiens d’autres cultures. Il est bon que les accompagnateurs s’informent des propositions spirituelles tout au long de l’année et discernent avec les catéchumènes ce qui peut enrichir leur foi et leur expérience ecclésiale.

 En lien avec la messe dominicale

 Un certain nombre de catéchumènes ont entamé leur cheminement après avoir fréquenté des célébrations. Il est bon que dès le début du catéchuménat l’habitude soit prise de la fidélité à la messe dominicale. Si les catéchumènes ne quittent pas l’assemblée après l’homélie selon la tradition de l’Eglise, il ne faut pas les associer à des actions liées à la liturgie eucharistique (lectures, prière universelle, procession des offrandes), pour respecter le temps de la préparation aux sacrements de l’Initiation. Sans le lien avec la messe dominicale, la prière personnelle ou en groupe se limiterait à un exercice de piété.

 3. Une démarche liturgique

 « Dans le rite du Baptême, il y a un signe très fort, c’est lorsque nous recevons la bougie allumée au cierge pascal. C’est la lumière du Christ mort et ressuscité que nous nous engageons à maintenir allumée en l’alimentant par l’écoute de la Parole de Dieu et la communion assidue à Jésus Eucharistie » (Pape Léon XIV, aux néophytes et catéchumènes français).

 Les rites du catéchuménat concernent toute l’Eglise

 Le cheminement catéchuménal comporte quatre périodes clôturées par des célébrations liturgiques : l’entrée en catéchuménat après une première évangélisation, l’appel décisif au bout du cheminement catéchuménal, les sacrements de l’Initiation à la vigile de Pâques après la préparation ultime durant le Carême, et enfin la messe pour les néophytes, célébrée par l’évêque vers la fin du temps pascal, après le temps de la mystagogie où les néophytes renforcent leur fidélité aux sacrements et à la charité chrétienne (RICA n. 41-42).

 L’entrée en catéchuménat est présidée par le curé ou un ministre ordonné, l’appel décisif et la célébration des sacrements par l’évêque ou un prêtre dans une église. Dès le départ, le caractère public et ecclésial est ainsi souligné.

Il est intéressant de relever que ces célébrations prévoient la possibilité d’une participation des laïcs, notamment des catéchistes et parrains, à certains gestes : signation du front et des sens à la célébration d’entrée en catéchuménat (RICA n. 88-90), témoignage des parrains à l’appel décisif (RICA n. 139).

 En ce qui concerne la messe pour les néophytes qui peut être célébrée plusieurs fois durant le temps pascal, il est suggéré que les néophytes soient regroupés en un même endroit, entourés des accompagnateurs et des parrains, ou encore qu’une demande spécifique soit intégrée dans la prière universelle (RICA n. 240). A la dernière messe pour les néophytes présidée par l’évêque, il peut y avoir un geste signifiant la pleine intégration dans l’assemblée des fidèles (rejoindre l’assemblée dans la nef, déposer l’écharpe reçue au baptême…).

 En dehors des trois célébrations qui structurent le cheminement de foi des catéchumènes, l’entrée en catéchuménat, l’appel décisif et les sacrements de l’Initiation, d’autres sont prévues pour les soutenir. Dès le début du catéchuménat sont proposées : des prières de bénédiction et d’exorcisme, le rite de l’onction. Et durant le Carême :

les scrutins les 3e, 4e et 5e dimanches, les traditions du Symbole de la foi et de l’oraison dominicale, la reddition du Symbole de la foi et l’Effétah.

 Si ce sont des ministres ordonnés qui président les rites du scrutin et qui confèrent l’onction d’huile des catéchumènes, rien n’empêche que les autres rites soient conduits par un baptisé laïc, à l’église ou dans un lieu de rencontre.

 Les étapes liturgiques du catéchuménat

 L’entrée en catéchuménat est la reconnaissance par l’Église du désir de devenir chrétien et son accompagnement plus officiel vers le baptême. À partir de cette étape, le catéchumène est déjà considéré comme membre de l’Église, ce qui est signifié par l’inscription du nom dans le registre des catéchumènes.

 L’appel décisif au début du Carême ouvre l’ultime étape vers les sacrements de l’Initiation. Avec les catéchumènes, toute l’Église entre dans une retraite spirituelle de quarante jours qui offre à chacun de ses membres de purifier et d’éclairer sa foi au Christ par la prière, le jeûne et l’aumône. Le caractère ecclésial de l’appel décisif est souligné par le rassemblement de tous les catéchumènes du diocèse, avec leurs parrains et accompagnateurs, et la présence de l’évêque. Les chrétiens du lieu de la célébration contribuent par leur présence et leur investissement dans l’accueil, à la qualité de la célébration et au climat fraternel.

 Les scrutins pour la purification sont prévus les 3e, 4e et 5e dimanches de Carême pour accompagner les catéchumènes dans leur ultime préparation au baptême. Le terme scrutin est à rapprocher du verbe scruter, il s’agit pour les catéchumènes de laisser Dieu « scruter leurs reins et leurs cœurs », et de le laisser prendre lentement toute sa place dans leur existence.

Les scrutins sont à « célébrer solennellement », souligne le Rituel (RICA n. 148) dans le cadre d’une messe du dimanche en présence d’une assemblée.

 Les sacrements de l’Initiation sont prévus à la Vigile de Pâques ou au cours du temps pascal. Vu le nombre croissant de catéchumènes, ils sont aujourd’hui célébrés dans de nombreuses églises. Il est important que les communautés paroissiales se mobilisent autour de cet événement et que les personnes chargées de la communication portent le souci de l’annoncer, d’y inviter et d’en rendre compte. La célébration de baptêmes d’adultes raffermit la foi des chrétiens petits et grands, et constitue un des tremplins pour l’évangélisation de tous ceux qui sont en lien avec le baptisé.

 Les messes pour les néophytes, durant le temps pascal, indiquent la nécessité de la poursuite de la formation chrétienne avec comme points de repère les sacrements de l’eucharistie et de la réconciliation, ainsi que la vie de l’Église locale et universelle.

 Les rites à l’approche du baptême

 Les traditions désignent les rites de transmission du Symbole de la foi

(le Credo) et de l’oraison dominicale (le Pater). Les futurs baptisés reçoivent de l’Église ce qu’elle considère comme le trésor de sa foi et de sa prière. S’il est souhaitable, comme l’indique le Rituel, que « ces traditions soient faites devant la communauté des fidèles après la liturgie de la Parole d’une messe de
semaine » (RICA n. 176), elles peuvent également s’inscrire dans un temps de prière lors des rencontres de formation.

 Les derniers rites préparatoires désignent la reddition du Symbole de la foi, le rite de l’Effétah, le choix du nom chrétien et l’onction d’huile des catéchumènes. Ils sont prévus le samedi saint, et un choix de rites est possible. C’est pour les catéchumènes et l’ensemble des chrétiens, l’occasion de vivre le samedi saint, jour de commémoration du Christ au tombeau, dans un climat de prière et par un effort de jeûne. La célébration peut être prévue en lien avec la répétition de la liturgie de Pâques dans l’église et permettre ainsi à des chrétiens d’y participer.

 4. Une démarche en vue de la mission

 « Vous êtes appelés à partager votre expérience de foi avec les autres, en témoignant de l’amour du Christ et en devenant des disciples missionnaires. Ne vous limitez pas à la seule connaissance théorique, mais vivez votre foi de manière concrète, en expérimentant l’amour de Dieu dans votre vie quotidienne » (Pape Léon XIV, aux néophytes et catéchumènes français).

 Le catéchuménat, un souffle missionnaire pour l’Église

 Les catéchumènes nous rappellent que Dieu, à travers l’incarnation, la mort et la résurrection de son Fils, est présent à toute l’humanité et à toutes les situations humaines. Ils se sont mis en route à partir d’expériences spirituelles et de rencontres qui se sont faites dans le monde d’aujourd’hui, marqué par les réseaux sociaux et souvent en-dehors de nos propositions pastorales classiques. Les catéchumènes, en majorité des jeunes, peuvent permettre à l’Église d’appréhender les réseaux sociaux avec encore plus d’audace et de compétence. En contrepartie, la longue expérience de l’Église dans l’annonce de l’Évangile offre des repères pour éviter le refuge dans le monde virtuel et le piège du vedettariat.

 Les catéchumènes ont poussé de nombreuses portes, beaucoup ont été attirés par la beauté de la liturgie, souvent à travers le chant grégorien, la place du silence, la qualité des lectures bibliques ou encore le soin porté aux gestes liturgiques. Il y a là un encouragement à poursuivre la formation liturgique des ministres et du Peuple de Dieu, pour affermir à la fois le sens liturgique et l’attachement aux sacrements.

 

Le renouveau de l’Église ne peut pas se faire sans une redécouverte du rythme dominical. Il est heureux de voir des paroisses redynamisées par des propositions de rencontres catéchétiques avant la messe et de temps de convivialité en son prolongement. Chaque baptisé, par la fidélité et la qualité de sa présence à la messe du dimanche, peut contribuer à en faire la rencontre de la famille chrétienne, regroupant les différentes générations. Cet attachement à la messe dominicale oriente les chrétiens vers une attention aux églises de nos villes et villages, vers l’engagement à les garder ouvertes le plus possible et à organiser tout au long de l’année, des rencontres de prière et de catéchèse.

Les rites prévus durant le catéchuménat peuvent se déployer sur une année liturgique entière. Les grandes fêtes et leur préparation d’un Avent à l’autre sont un vecteur d’évangélisation aujourd’hui dans le rapport au temps comme Histoire du salut dont Dieu est le Maître et le Sauveur.

 Le catéchuménat, un apprentissage au témoignage de foi et de charité

 Un certain nombre de catéchumènes arrivent avec une vraie liberté intérieure pour témoigner de leur foi qu’ils ont acquise dans un contexte indifférent voire hostile. Ils sont un encouragement à répondre à la mission d’annonce de l’Évangile dans la société actuelle. La ferveur de la foi des catéchumènes attend, de la part des chrétiens, un accueil et une aide afin qu’elle puisse se concrétiser dans le service du prochain, notamment des plus pauvres. Les institutions catholiques de solidarité et de charité peuvent y trouver une interpellation à maintenir l’Évangile et la prière à la source de leur action.

 Le catéchuménat, une invitation à appréhender le combat spirituel

 Les prières d’exorcisme et les onctions d’huile des catéchumènes proposées tout au long du cheminement avant le baptême, renvoient à la réalité du combat spirituel dans la vie des disciples du Christ. Eclairés par la Parole de Dieu et ouverts à l’action de l’Esprit Saint, les catéchumènes expérimentent le tiraillement entre le Bien et le Mal, autour d’eux et en eux. Le Christ les a précédés dans ce combat comme le souligne le récit de la tentation au désert après son baptême dans le Jourdain (Cf. Lc 4,1-13). Bien plus, le Christ les accompagne. Après sa mort et sa résurrection, il est venu fortifier les cœurs de ses apôtres en leur expliquant les Ecritures et en leur envoyant l’Esprit-Saint, la « force d’en-haut » (Lc 24,49).

 Le cheminement du catéchuménat et du néophytat est une occasion pour toute l’Eglise d’approfondir cet aspect de la vie chrétienne, en s’appuyant sur la tradition du discernement spirituel et sur la grâce du sacrement de la réconciliation. Ces deux soutiens sont précieux pour les choix à poser dans la vie quotidienne comme dans les différents domaines de la vie sociale, politique et économique.

 Un engagement de corps et de cœur dans l’Eglise

 Si les catéchumènes manifestent une soif de connaître le Christ et d’entrer dans une relation vivante avec lui, ils ont plus de mal à appréhender l’appartenance à son Corps qu’est l’Église, à l’image de beaucoup de chrétiens des sociétés occidentales. Or le Christ Jésus s’est fait homme pour arracher l’humanité à la solitude du péché et l’introduire dans la communion d’amour avec Dieu. La foi en Jésus ne peut se réduire à une règle de vie individuelle, fût-elle héroïque. Mais, elle a besoin de se ressourcer dans les sacrements et dans la vie d’une communauté chrétienne. L’attachement au Christ passe par un attachement de corps et de cœur à son Église. Celui-ci commence par une connaissance de la vie de la communauté locale et diocésaine. Il se traduit par la fidélité à la vie sacramentelle et au rythme dominical, ainsi que par la contribution au denier de l’Église qui permet une rémunération digne aux prêtres et aux laïcs salariés du diocèse. Le catéchuménat offre ainsi l’occasion à tous les chrétiens de renouer avec la grâce baptismale qui confère la dignité de fils de Dieu et de membres de l’Eglise, et à en vivre concrètement.

 Conclusion

 Le catéchuménat est un don du Seigneur, une grâce de Pentecôte qu’il fait à son Eglise aujourd’hui. Il vient soutenir la participation des chrétiens du diocèse à l’annonce de l’Evangile. Pour cela, il faut que la ferveur des catéchumènes puisse réveiller la foi des baptisés et que le témoignage de vie des baptisés puisse encourager le cheminement des catéchumènes vers les sacrements de l’Initiation.

 Prions le Seigneur, Trinité Sainte, pour les catéchumènes, les néophytes et tous les baptisés. Qu’Il les garde fermes dans la foi et la charité sur le chemin de l’espérance qui mène à son Royaume où Il convie toute l’humanité :

Père Saint, nous te rendons grâce pour le don des catéchumènes.

Aide-nous à les accueillir et à marcher avec eux pour former un Peuple uni par les liens de ton amour miséricordieux.

Seigneur Jésus, donne à ceux qui te cherchent,

de te reconnaître comme le Fils de Dieu, mort et ressuscité pour sauver l’humanité.

Fais grandir en eux et en nous, le désir d’écouter ta Parole et de te suivre.

Esprit Saint, éclaire les catéchumènes de ta sagesse et soutiens-les de ta force.

Donne-leur, ainsi qu’à tous les chrétiens, la joie d’annoncer le Christ mort et ressuscité

et d’en témoigner dans leurs missions et responsabilités.

Seigneur Dieu, Trinité d’Amour, permets-nous de cheminer avec les catéchumènes et de vivre fidèlement dans ton Église.

Garde-nous tous, sous le regard de la Vierge Marie.


 

Diocèse Cambrai